Apple vs Facebook: la guerra della privacy

Tecnologia

14 Giugno 2021

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Apple vs Facebook: la storia di come l’aggiornamento di un sistema operativo può trasformarsi in un “campo di battaglia” tra i giganti del web.

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Il video diffuso dalla multinazionale di Cupertino lo scorso 26 aprile 2021 spiega come, grazie al nuovo sistema operativo di iOS, sarà direttamente l’utente a decidere quando consentire alle app di collezionare i dati per creare un profilo personale e un’identità digitale.

Se questo ha scatenato qualche flashback proveniente da Matrix, l’immagine mentale è voluta.“What is the Matrix? The Matrix is a computer-generated dream, built to keep us under control. In order to change the human being into this” (immaginate i vostri dati personali al posto della pila) – Morpheus che si rivolge a NEO all’inizio di Matrix.

Facebook sta cercando le misure da adottare nel momento in cui Apple consentirà ai suoi utenti di negare il consenso per la pubblicità targetizzata. Molte compagnie, come il noto social network si difendono, affermando che il targeting ADS rende migliore l’esperienza degli utenti sulle applicazioni. Apple, invece, su questo tema si schiera apertamente contro l’azienda rivale: una vera e propria “guerra fredda” tra le due multinazionali, come si può intuire anche dalle continue dichiarazioni rilasciate dai rispettivi CEO.

Come si è arrivati a questa situazione?

Prima del 2011, il rapporto tra Steve Jobs e Mark Zuckerberg era quasi “idilliaco”: incontri privati raccontati in libri e biografie e un legame simile a quello condiviso tra Obi Wan Kenobi e Anakin Skywalker. 

Facebook era una piattaforma già usata da milioni di persone e Apple sviluppò il device che consentì la fruizione della piattaforma nel miglior modo possibile. Il 2011 fu l’anno di svolta: Tim Cook prese il posto di Jobs dopo che questi fu costretto a lasciare la guida di Apple per motivi di salute. Il nuovo CEO adottò immediatamente una direzione diversa per l’azienda, più incline alla protezione dei dati personali. 

A livello aziendale, il rapporto tra le due Big Tech si raffreddò nel 2012 quando “Zuck” decise di creare, insieme a HTC e AT&T, il suo telefono, l’HTC First, con un sistema operativo differente e un proprio servizio di messaggistica istantanea. Il progetto naufragò nel 2013 ma la vicenda conteneva già in sé i punti di futuro contrasto tra le aziende.

Gli avvenimenti politici della seconda parte del decennio furono influenzati pesantemente dalle campagne di comunicazione organizzate da gruppi di influenza sulle piattaforme social. Il caso di Cambridge Analytica, scoppiato all’inizio del 2018, è stato emblematico: l’azienda britannica aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica. 

A metà marzo 2018 il New York Times fornì le prove della raccolta non autorizzata delle informazioni, mentre il The Guardian scoprì che Facebook era a conoscenza delle attività illecite del gruppo da almeno due anni, ma non aveva fatto niente per proteggere i dati dei suoi utenti.

Non è tutto: Tim Cook fu ospite dell’emittente MSNBC nei giorni in cui Zuckerberg venne convocato dal Senato USA per rispondere alle accuse di non aver impedito la manipolazione dei dati personali sulle sue piattaforme. Alla domanda su come si sarebbe comportato lui di fronte alla Commissione, Cook dichiarò: “Io non mi sarei mai trovato in quella situazione: la privacy è un diritto costituzionale degli USA, un diritto umano”. Tim Cook decise così di fare della privacy una colonna portante del business model di Apple. In larga parte la decisione fu presa tenendo in considerazione il trend del momento.

Ogni anno, Apple organizza la Worldwide Developers Conference: un evento in cui sono presentati i prodotti in uscita per l’anno successivo. Nel 2018 Tim Cook presentò un’estensione per Safari che bloccava i cookies di tracciamento. Quale fu il portale usato come esempio per promuovere questa nuova feature? Instagram, mettendo così Facebook in disparte.

Nel 2019, in occasione della conferenza annuale organizzata dalla banca d’investimento Allen&Company a Sun Valley, in Idaho, e riservata a mogul delle aziende tech e media, si consumò la deriva finale. 

Da quanto emerso di recente Mark Zuckerberg provò a “sporgere un ramoscello d’ulivo” a Tim Cook chiedendo come lui avrebbe affrontato le conseguenze del caso Analytica. 

Tim, gelido, rispose che si sarebbero dovute cancellare tutte le informazioni collezionate con le piattaforme di Facebook nel corso degli anni. In pratica, Cook, di fronte al gotha della Silicon Valley, disse a Zuckerberg che il suo business model era “tossico”. E l’offerta di pace fu rispedita al mittente.

A questo punto “Zuck” perse definitivamente la pazienza, dichiarò che Facebook avrebbe sviluppato una piattaforma per tutti, senza necessità di sborsare migliaia di dollari. 

Apple, paladina della protezione dei dati personali?

Anche da parte del colosso di Menlo Park la strategia di comunicazione si divise tra critiche personali rivolte a Tim Cook e valutazioni sull’operato della multinazionale concorrente.

Facebook iniziò a diramare migliaia di annunci su come, in tutto il mondo, ci fossero imprese che avevano prosperato grazie alle attività sulle piattaforme social e in particolare attraverso la funzione di pubblicità target. 

Può risultare credibile che Facebook si erga a paladino di piccole medie imprese? Il controsenso può trovare consistenza nei dati e nel giro d’affari prodotto nell’ultimo anno, in cui migliaia di imprese effettivamente si sono rese conto dell’importanza della pubblicità sui canali digitali e, convertendo la business organization, hanno potuto sopravvivere. 

La migliore freccia nella faretra di Facebook però risiede tuttora nell’ipocrisia di Apple. L’azienda di Cupertino, infatti, vende in Cina ogni anno centinaia di milioni di dispositivi, realizzando utili considerevoli. Non solo, assembla nel Paese asiatico la maggior parte dei device e soprattutto condivide con il governo locale tutti i dati che transitano nei server e sui dispositivi, incluso l’App Store. 

Al contrario di altre compagnie (Google Search, per esempio) che hanno rinunciato a condividere le informazioni, Apple ha deciso di affidare il trattamento dei dati personali degli utenti cinesi a Guizhou-Cloud Big Data, una compagnia di proprietà del Governo cinese.

Un altro argomento che spesso viene portato all’attenzione dai detrattori di Apple è che Siri funziona con il motore di ricerca di Google, la cui politica sui dati personali è tanto invasiva quanto quella di Facebook (se non di più) .

Sebbene i temi sollevati siano di primaria importanza, senza ombra di dubbio è l’azienda di Menlo Park che sta accusando i colpi inferti dalla concorrenza. 

In fin dei conti, per l’utente delle piattaforme digitali è semplice sposare i temi sollevati da Apple (privacy è buona cosa), sebbene purtroppo sia altrettanto facile chiudere più di un occhio sul rispetto dei diritti umani in altri contesti del globo.

Gli argomenti fatti emergere da Facebook sono percepiti come frammentati e raggiungono gli utenti più tardi rispetto al messaggio lanciato dall’azienda di Cupertino.

In conclusione: il paradosso della privacy

Ma quanto interessa davvero l’argomento alle multinazionali? Forse l’unica risposta è “nella misura in cui possono trarne un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza”.

Apple sta capitalizzando sulla tensione costruita negli ultimi anni e ha “stravinto” questo round. Facebook deve trovare un altro modo per risalire la china (una china che ha prodotto 27 miliardi di dollari di ricavi nell’ultimo quadrimestre).

Perché non siamo più nel panorama del 2011? Per amore della competizione insita nella Silicon Valley dove se non stai crescendo stai recedendo. La competizione tra CEO è l’unica regola tra chi vive quella situazione: l’economia americana è fondata sull’assunto “Go big or go home”. 

Seguendo questo ragionamento possiamo dedurre che l’immagine pubblica di Zuckerberg sia in declino, offuscata dalla diatriba con Tim Cook e dall’ascesa di altri personaggi nel mondo Tech che ne stanno appannando la dimensione pubblica.

Quando lasciamo alle corporazioni il compito di tutelare i nostri diritti va a finire male. Quali saranno i prossimi campi di battaglia? Possiamo ipotizzare: messaggistica istantanea, piattaforme di gaming, podcast e soprattutto realtà aumentata e virtuale.

Synesthesia collabora con Smart Flow, digital experience company italiana che offre a grandi aziende, PMI, Pubblica Amministrazione e professionisti le competenze organizzative, tecniche e legali per indirizzare e mantenere la compliance al GDPR.


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